In seguito al rincaro del petrolio, tra anni Settanta e Ottanta, l’energia nucleare veniva indicata da molti governi occidentali come l’alternativa più valida e concreta ai combustibili fossili, con l’idea che potesse diventare la prima fonte per la produzione di energia elettrica.
Oggi, dopo due referendum abrogativi e lo sviluppo rapido delle energie rinnovabili, l’Italia continua a non avere centrali nucleari attive, ma ha riaperto il dibattito su un possibile ritorno all’atomo in chiave climatica e industriale.
Il nucleare in Italia
In Italia il nucleare ha una storia alle spalle che parte dalla grande scuola di fisica teorica che si è sviluppata con successo negli anni ’30, che ha portato a un altrettanto sviluppo della fisica atomica pratica.
Le prime centrali degli anni Sessanta sono state create a partire dai progetti più moderni approvati negli Stati Uniti e hanno conosciuto diversi cicli di trasformazione dell’uranio.
Nel dopoguerra l’Italia è arrivata ad avere quattro centrali nucleari principali (Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso), oltre ad altri impianti di ricerca e del ciclo del combustibile, ma tutte sono state progressivamente fermate e avviate allo smantellamento dopo il referendum dell’8‑9 novembre 1987, convocato all’indomani del disastro di Chernobyl del 26 aprile 1986.
Come è noto, due grossi incidenti – Chernobyl nel 1986 e Fukushima nel 2011 – hanno portato gli italiani a bocciare per due volte, con i referendum del 1987 e del 2011, i piani energetici basati sulle centrali nucleari, segnando la fine dell’atomo nel mix elettrico nazionale per diversi decenni, almeno fino alla recente riapertura del dibattito politico sugli impianti di nuova generazione.
In mezzo oltre 25 anni di dibattiti, ripensamenti, scontri e la sensazione che il paese, oltre ad aver perso delle opportunità, non abbia comunque saputo creare delle valide alternative.
L’incidente di Chernobyl e il primo addio al nucleare
Alla base della rinuncia al nucleare c’è il grave incidente occorso a Chernobyl, una località divenuta tristemente famosa, per l’esplosione del reattore nucleare che generò la dispersione di una nuvola radioattiva, che dopo alcune settimane raggiunse anche l’Italia e i paesi dell’Europa Occidentale.
La sensibilità ambientalista raggiunse il suo apice con la formazione del movimento dei Verdi che promosse un referendum abrogativo per abbandonare il nucleare. La richiesta era evidentemente frutto dell’emozione, ma aveva un fondamento perché sulla sicurezza del nucleare si era discusso parecchio anche in seguito all’incidente nella centrale americana di Three Mile Island.
Quello che è successo poi è che abbiamo perso del know-how, si è persa per strada un’intera generazione di fisici e ingegneri che potevano sperare non solo nello sviluppo del nucleare, ma anche nel suo ammodernamento.
Molti dei professionisti formati negli anni d’oro del programma nucleare italiano si sono spostati verso altri settori energetici oppure all’estero, mentre nel frattempo Paesi come Francia, Regno Unito e Finlandia hanno continuato a investire in reattori di seconda e terza generazione, mantenendo competenze industriali e filiere nazionali legate all’atomo civile.
In nessun caso, infatti, le centrali nucleari italiane e quelle di nuova generazione in uso all’allora blocco occidentale, conoscevano l’insicurezza e i difetti di progettazione della centrale di Chernobyl.
La riapertura e il nuovo addio dopo Fukushima
Il ritorno al nucleare civile è tornato esplicitamente nel dibattito politico italiano all’inizio degli anni Duemila: nel 2001 l’ipotesi di nuove centrali compariva nel programma della coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, che proponeva di riaprire gradualmente alla produzione elettronucleare interna.
Come infatti avvenne, il governo Berlusconi iniziò a stabilire delle tappe per il ritorno al nucleare e la decisione ricavò ampio sostegno dall’industria e dalle aziende del settore, raccoltesi sotto la sigla del forum per il nucleare, al fine di discutere la bontà di questa scelta strategica.
Grazie agli accordi di buon vicinato con l’allora presidente francese Sarkozy, il Governo nel 2009 stabilì i primi passi (nel frattempo erano cambiati ben 3 governi). Questa decisione però tramontò nella tarda primavera del 2011: il 12 e 13 giugno un secondo referendum, arrivato poche settimane dopo il disastro di Fukushima dell’11 marzo 2011, bocciò con oltre 25 milioni di voti favorevoli i piani per la costruzione di nuove centrali nucleari in Italia.
Il problema era derivato dal grave incidente della centrale atomica di Fukushima (Giappone) in seguito all’imponente terremoto, con conseguente tsunami che aveva sconvolto le prefetture settentrionali del paese asiatico.
Il nuovo dibattito sul nucleare e i mini‑reattori
Negli anni successivi al referendum del 2011 il nucleare è sembrato politicamente archiviato, ma la crisi climatica, la necessità di ridurre le emissioni di CO₂ e le tensioni sul prezzo del gas hanno riacceso il confronto sull’atomo come possibile fonte complementare alle rinnovabili.
A livello europeo, dal 2022 l’Unione ha iniziato a considerare alcune tecnologie nucleari come strumento di transizione, mentre nel 2025 l’Italia è entrata nell’Alleanza Nucleare Europea, partecipando alle iniziative su reattori modulari di piccola taglia (SMR) e tecnologie avanzate.
Nel 2025‑2026 il Governo ha presentato un disegno di legge quadro sul nucleare di nuova generazione, con l’obiettivo dichiarato di avere una prima quota di elettricità prodotta dall’atomo intorno al 3,5% nel 2040 e di arrivare, in scenari ottimistici, fino a circa l’11% entro il 2050, sempre in affiancamento alle fonti rinnovabili che restano centrali nel mix.
Si parla soprattutto di mini‑reattori modulari (SMR), più compatti rispetto alle centrali tradizionali, sulla scia dei progetti avviati in Paesi come Canada, Russia e Cina, anche se tempi, costi e scelte localizzative restano ancora aperti e condizionati dal quadro regolatorio europeo e dalla disponibilità di combustibile nucleare arricchito.
Per ora non esistono siti individuati per nuove centrali sul territorio italiano e il percorso autorizzativo richiederebbe diversi anni, tra studi di impatto ambientale, consultazioni locali e verifiche di sicurezza da parte dell’Ispettorato nazionale. Lo scenario più realistico vede l’eventuale contributo del nucleare come integrazione di lungo periodo a efficienza energetica e rinnovabili, in un contesto in cui l’Italia continua comunque a importare una parte significativa dell’energia elettrica prodotta in centrali nucleari situate nei Paesi confinanti.
Il problema delle scorie
Attualmente il nostro paese è comunque attivo nel settore del decommissioning nucleare e della gestione delle scorie radioattive, sia di quelle relative ai cicli di produzione delle centrali atomiche dismesse (Caorso, Trino, Latina, Garigliano) e degli impianti del ciclo del combustibile, sia dei residui provenienti dalla medicina nucleare e dalla ricerca, attraverso la società pubblica SOGIN. I lavori di decommissioning riguardano tutte le province interessate e mettono all’attenzione del grande pubblico l’annoso problema delle scorie.
Negli ultimi anni SOGIN ha accelerato le attività: secondo i dati diffusi dalla società, l’avanzamento fisico globale delle operazioni di smantellamento ha superato il 45% e nel 2026 è stato indicato un progresso complessivo intorno al 47‑48%, con appalti per oltre 1,1 miliardi di euro affidati in gran parte a imprese italiane.
L’obiettivo è completare il decommissioning di uno dei principali siti all’inizio degli anni Cinquanta e degli altri nel corso degli anni Quaranta, riducendo progressivamente i volumi di rifiuti in attesa di sistemazione definitiva. Infatti, più volte, il governo e il legislatore hanno avuto grosse difficoltà a identificare una zona adatta per il conferimento dei rifiuti, tra vincoli geologici, rischi sismici e forte opposizione delle comunità locali.
Nel 2021 SOGIN ha pubblicato la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) ad ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, avviando un lungo dibattito pubblico con centinaia di osservazioni da parte di enti locali, associazioni e cittadini.
Sulla base di quella consultazione la società ha lavorato a una successiva Carta delle Aree Idonee (CNAI), mentre il confronto politico resta aperto, perché la scelta del sito unico nazionale ha implicazioni economiche, ambientali e di sicurezza di lungo periodo.
Per chi oggi si chiede se il nucleare rappresenti una soluzione ai problemi energetici italiani, il quadro è quindi duplice: da un lato, il Paese sta ancora gestendo l’eredità del vecchio ciclo nucleare, tra scorie, impianti da smantellare e un Deposito Nazionale da localizzare; dall’altro, sta valutando se e come investire in reattori di nuova generazione, con molti nodi ancora aperti su costi, tempi, sicurezza e accettazione sociale.
In ogni caso, anche negli scenari più favorevoli, il contributo del nucleare al mix elettrico italiano arriverebbe solo tra molti anni e non sostituirebbe il ruolo centrale delle fonti rinnovabili e delle politiche di efficienza energetica.